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Politica Economica

Il futuro tecnologico della Cina: pirata o innovatore?

Nel dibattito sul trasferimento forzato di tecnologia in Cina, aperto con l'indagine della Camera di commercio europea in Cina, e proseguito con l'intervento di Saro Capozzoli, entrambi su questa piattaforma, interviene l'analista di Aviva Investors, con alcune considerazioni cruciali relative all'industria delle infrastrutture, automotive e semiconduttori e Tlc. Quale saraà lo sbocco


29/05/2019 11:34

di Aviva Investors*

chip
Un chip di Intel

 

Microchip, bracci robotizzati per testare gli smartphone, turbine eoliche, celle solari, vetri sperimentali realizzati con polvere di diamante, giocattoli Star Wars, formule chimiche per coloranti alimentari, sistemi di archiviazione dati, firewall: queste sono solo alcune delle cose che le aziende cinesi sono state accusate di rubare dalle loro controparti occidentali.

Già nel 1992, il governo di George HW Bush aveva persuaso il governo cinese a creare leggi per proteggere la proprietà intellettuale delle aziende americane. Ma la pirateria del copyright è rimasta diffusa e negli ultimi vent'anni l'appropriazione cinese delle innovazioni occidentali è diventata una questione geopolitica importante. È uno dei punti chiave degli attuali negoziati commerciali tra Washington e Pechino.

La questione è piuttosto oscura. Molte aziende straniere hanno potuto prosperare grazie al redditizio mercato cinese senza rinunciare alla loro tecnologia più preziosa. Mentre in settori come le reti 5G e l'intelligenza artificiale, la tecnologia cinese è già superiore rispetto agli equivalenti occidentali.

La rete di connessioni tra le aziende cinesi e lo stato, parallelamente alle crescenti tensioni geopolitiche in corso tra Cina e Stati Uniti, rende plausibile il fatto che la tecnologia causi attriti tra le due superpotenze.Ma quali sono le implicazioni per gli investitori nelle imprese cinesi e per i loro concorrenti stranieri?

«Dato che la Cina è un'economia così potente, la misura in cui può dominare ogni settore tecnologico rappresenta una preoccupazione per le aziende, i governi e gli investitori», afferma Alistair Way, responsabile dei fondi azionari per i mercati emergenti presso Aviva Investors. «Ci sono alcune cose in cui la Cina è molto brava e ce ne sono altre in cui farà fatica a misurarsi senza l'impiego del trasferimento tecnologico. Da investitori dobbiamo trattare la questione caso per caso».

Negli ultimi anni il governo americano non si è risparmiato nelle critiche alla Cina. Sotto la politica estera del presidente Obama, gli Stati Uniti hanno "ruotato” verso la regione Asia-Pacifico per contenere l'ascesa della Cina. Nel 2015 il presidente cinese Xi Jinping ha accettato di reprimere il cyber-hacking commerciale dopo che Obama ha minacciato di imporre delle sanzioni.

Ciononostante, le aziende cinesi sono regolarmente accusate di fare uso della tecnologia occidentale. Un recente sondaggio della CNBC ha rilevato che una società su cinque negli Stati Uniti ritiene che le imprese cinesi abbiano loro sottratto proprietà intellettuale nell'ultimo anno. Più che un furto palese, l'appropriazione di idee straniere avviene attraverso la pratica ufficialmente sancita del “trasferimento tecnologico forzato”.

Dan Prud'homme, professore associato presso la EMLV Business School di Parigi e coautore di un libro che uscirà a breve sul regime di proprietà intellettuale della Cina, afferma che tale trasferimento forzato può assumere varie forme. Le politiche di “perdita del mercato”, per esempio, delineano efficacemente un quid pro quo: le imprese straniere devono accettare di trasferire la tecnologia o rinunciare all'accesso al mercato cinese, mentre altre lasciano società straniere attive in Cina senza altra scelta che rinunciare alla loro proprietà intellettuale.

Il trasferimento forzato di tecnologia è, ovviamente, malvisto dalle imprese straniere e dai legislatori. Un rapporto del 2018 stilato dal rappresentante commerciale americano Robert Lighthizer, che ha esaminato il trasferimento forzato, il cyber-hacking e le acquisizioni statali di aziende americane da parte di rivali cinesi, ha costituito la base per una serie di sanzioni imposte dall'amministrazione Trump l'estate scorsa. La Commissione europea sta inoltre prendendo provvedimenti contro il trasferimento forzato di tecnologia attraverso i meccanismi legali dell'Organizzazione mondiale del commercio.

Nel frattempo Pechino sta cedendo terreno. Negli ultimi anni sono stati istituiti tribunali e sezioni di tribunali dedicate al trasferimento forzato in tutta la Cina, fornendo alle società nazionali e straniere un modo per ottenere un risarcimento per il furto di proprietà intellettuale. La legge cinese sugli investimenti stranieri è stata rivista nel marzo di quest'anno e ora i funzionari del governo cinese sono tenuti a mantenere riservati i segreti commerciali che apprendono durante le approvazioni normative, sotto minaccia di procedimenti penali.

Il settore automotive

Non tutti i settori hanno risentito allo stesso modo del trasferimento forzato di tecnologia. Per esempio, la ricerca di Prud’homme ha mostrato che le politiche per la “perdita di quote di mercato” si sono dimostrate particolarmente efficaci negli anni 2000, nel caso dell’alta velocità. «Le società straniere che, al tempo, hanno partecipato al trasferimento forzato di tecnologia, come Siemens, Alstom, Kawasaki e Bombadier, senza volerlo hanno contribuito alla creazione della Crrc, la compagnia cinese, attuale leader globale dell’industria dell’alta velocità ferroviaria», riporta la ricerca.

Ma in altri settori le società occidentali hanno potuto trarre diversi vantaggi dalle joint venture con partner locali. Si prenda l’industria automobilistica: dall’arrivo della crisi, un decennio fa, i grossi produttori americani ed europei hanno lavorato per trovare accesso al mercato cinese, ben consapevoli dei suoi rapidi ritmi di crescita. E ci sono riusciti senza che troppa della loro tecnologia gli sfuggisse tra le dita.

Parte del recente pacchetto di riforme promulgato in Cina è stata la rimozione del massimale del 50% sulle quote straniere delle joint venture. Bmw ha dichiarato che, non appena la legge entrerà in vigore nel 2022, aumenterà la propria quota di partecipazione alla jv con Brilliance China Automotive Holdings di Shenyang al 75%. Ci si aspetta che anche altri produttori di automobili, come Daimler, ne seguiranno l’esempio.

Il cambiamento normativo è un forte indicatore delle intenzioni del governo cinese, che ora si mostra disposto a mettere alla prova le aziende locali e vedere come riescono a cavarsela senza il supporto dell’esperienza e dei brand stranieri. A differenza del Giappone o della Corea del Sud, la Cina sta facendo fatica a trovare il proprio «campione nazionale» della produzione automobilistica, capace di competere sul mercato globale. Esistono però società come Geely, la quale ha acquisito Volvo nel 2010, che progrediscono a passo sostenuto nel segmento della tecnologia per macchine elettriche. Nel frattempo, altre aziende cinesi stanno valutando l’opportunità di crearsi un proprio spazio nel settore delle parti auto, come in quello degli airbag.

«L’industria cinese dei ricambi auto si sta sviluppando velocemente, e non tanto grazie al trasferimento forzato di tecnologia ma soprattutto grazie agli investimenti mirati e alle acquisizioni. La Joyson Electronic di Shanghai, per esempio, ha fatto delle acquisizioni di massa di fornitori tedeschi e giapponesi. Aspira a diventare un contendente credibile per Robert Bosch, Continental e Aptiv sul piano globale, nonostante debba ancora riuscire a dimostrare di poter fare la differenza da qualche altra parte che non sia la Cina», ha detto Rovelli.

Semiconduttori

Le lamentele sul trasferimento di tecnologia sono più decise in settori come l’It, la robotica e quello dei semiconduttori, che il governo cinese ha inserito tra le sue priorità.

«La Cina vuole aggiornare la propria base manifatturiera», ha detto Xiaoyu Liu, gestore fondi azionari per i mercati emergenti della Aviva Investors London. «Si sta rendendo conto del rischio di restare incastrati nella catena del valore, presa tra paesi che offrono manodopera delocalizzata a basso costo e nazioni con un’industria manifatturiera di qualità più alta, come gli Stati Uniti e la Germania».

In particolare, la Repubblica Popolare vuole eliminare la dipendenza tecnologia dall'estero, per i chip dei computer, per esempio. Infatti, al momento il Dragone spende più per importare semiconduttori che per il petrolio. La Cina non è ancora riuscita a colmare il divario tramite le acquisizioni straniere, che vengono spesso ostacolate dai governi occidentali e dalla loro diffidenza. Gli Stati Uniti, insieme alla Corea del Sud, hanno un solido vantaggio nel mondo della tecnologia dei chip, e si stanno opponendo con forza ai tentativi cinesi di acquisire competenze.

Come notato da Alistair Way, una conseguenza di questo tipo di protezionismo è che i produttori di punta nel settore dei chip DRAM (dynamic random-access memory) sono riusciti a scavarsi una sorta di fossato difensivo che tenga i rivali cinesi alla larga, almeno per il momento.

«Il focus politico sulla protezione della proprietà intellettuale ha avuto effetti positivi per gli investitori globali interessati ai principali produttori di chip», ha dichiarato. «Alcune società cinesi, come Fujian Jinhua Integrated Circuit, di proprietà statale, stanno chiudendo il divario che le separa dai giganti dei DRAM mentre Micron e altri produttori l'accusano di furto di proprietà intellettuale. Ma nel 2018 il governo statunitense ha proibito alle compagnie americane di fornirgli ricambi, e la Fujian Jinhua si è bloccata. Al momento si sta concentrando su altri settori».

Di fronte a questi ostacoli politici, nel campo dei semiconduttori la Cina potrebbe dover percorrere una  strada più lunga per sviluppare il proprio know-how, affidandosi ad investimenti di lungo periodo per la formazione e la ricerca e lo sviluppo, e sembra che il governo abbia già considerato di investire da 100 a 150 miliardi di dollari di fondi pubblici e privati per realizzare questo scopo.

Sta diventando sempre più difficile dominare il mercato dei semiconduttori, perché i chip stanno diventando sempre più piccoli. Se questo sta rallentando il progresso dei leader attuali, la Cina potrebbe approfittarne per recuperare. Nel frattempo, le industrie emergenti, come quella del cosiddetto “internet delle cose”, non richiedono l’impiego di chip di ultima generazione: è sufficiente affidarsi a semiconduttori di media fascia, di cui la Cina è già un produttore esperto.

Per di più, le misure punitive a carico di società straniere che gli Stati Uniti stanno usando per mantenere la posizione di testa sono in qualche modo limitate dal complesso intreccio che caratterizza la filiera dei semiconduttori. Infatti, ciascun produttore deve fare affidamento su diverse migliaia di produttori di componenti specializzate. Si consideri, per esempio, il divieto promulgato da Trump che vieta alle aziende americane di fornire parti alla società di telecomunicazioni cinese ZTE, accusata di aver violato le sanzioni vigenti su Iran e Corea del Nord. Se è vero che questa mossa ha messo in ginocchio l’azienda cinese, anche molte altre società americane ne hanno risentito, e il divieto è stato presto ritirato.

Ad ogni desiderio risponde Huawei

Per ora, gli Stati Uniti continuano a esercitare pressioni su un'altra azienda di elettronica, la Huawei, accusata di aver rubato tecnologia e violato le sanzioni degli Usa contro l'Iran. Washington ha vietato gli acquisti domestici delle apparecchiature di Huawei, ma non si è ancora mossa per impedire ai fornitori statunitensi di farci affari.

Huawei è una vera innovatrice. I suoi smartphone con tecnologia IA sono considerati i migliori della categoria ed è il leader mondiale dell'infrastruttura 5G. L'anno scorso, la spesa per la ricerca e sviluppo ha superato i 15 miliardi di dollari e sono state depositate circa 5.400 domande di brevetto internazionale mentre il suo concorrente finlandese Nokia nello stesso periodo ha presentato 550 domande. Ma gli Stati Uniti considerano il coinvolgimento di Huawei nell'infrastruttura di telecomunicazioni una potenziale minaccia alla sicurezza, perché in teoria dà all'azienda – e per delega, al governo cinese – l'accesso a flussi di dati sensibili.

Huawei è già stata bandita per le reti 5G da alleati statunitensi quali l'Australia e la Nuova Zelanda, mentre il Regno Unito le ha consentito di fornire 5G «non core». La Commissione europea sta anche valutando di limitare il coinvolgimento di Huawei nelle infrastrutture mobili, nonostante gli sforzi della compagnia per rassicurare i politici europei aprendo laboratori di sicurezza informatica a Bruxelles e Bonn.

«I telefoni Huawei sono impressionanti e vendono bene nei mercati europei, ma le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale potrebbero impedirgli di offrire il 5G in Europa», afferma Federico Forlini, analista del credito TMT presso la Aviva Investors. «Ciò potrebbe avvantaggiare concorrenti come Nokia ed Ericsson, insieme a Samsung, che sta sviluppando una nuova tecnologia 5G. Ma poiché la tecnologia di Huawei è più economica e più avanzata rispetto ai suoi concorrenti, dovrebbe trovare opportunità nei mercati emergenti.»

Nonostante le azioni di Huawei non siano quotate in borsa, gli investitori internazionali possono entrare in contatto con la società attraverso i mercati del debito. Pur avendo solide fondamenta, le notizie che riportano le varie controversie legate alla proprietà intellettuale e la più grande rivalità tra Stati Uniti e Cina, in cui Huawei è considerata una pedina geopolitica, hanno causato quest'anno la fluttuazione delle obbligazioni di Huawei.

Il futuro della proprietà intelletuale

I governi e gli investitori seguono da vicino i colloqui commerciali tra rappresentanti statunitensi e cinesi, che potrebbero portare a ulteriori accordi in merito alla tassa sulle transazioni finanziarie. Ma sebbene possa fare alcune concessioni, Pechino tende a infastidirsi, e a buone ragioni, quando viene additata di rubare tutte le sue idee.

La Cina ha investito pesantemente in un'istruzione di alta qualità, e ora sforna 2,8 milioni di laureati in scienze e ingegneria, un numero cinque volte maggiore degli Stati Uniti (sebbene gli Stati Uniti conducano ancora su base pro-capite). Molti di questi laureati entrano in aziende tecnologiche leader come Baidu, Alibaba e Tencent – i cosiddetti BAT – che sviluppano prodotti e servizi per abbinare qualsiasi cosa in offerta in Occidente, specialmente nei cosiddetti sistemi di prenotazione 'online-to-offline' e pagamenti mobili integrati.

«In aree come Internet, l'intelligenza artificiale e i sistemi di pagamento, la Cina è già più avanzata della maggior parte dei paesi occidentali. L’«apprendimento profondo» e l'intelligenza artificiale sono stati scoperti negli Stati Uniti, ma la realizzazione e lo sviluppo del prodotto sono guidati dalla Cina», afferma Rovelli.

Le società tecnologiche cinesi tendono ad essere molto più efficienti dei loro rivali occidentali nel costruire sulle scoperte esistenti e nel portare nuovi prodotti sul mercato, dai telefoni cellulari ai televisori con schermo LCD ai droni consumer. Ciò è dovuto in parte al fatto che hanno accesso a una vasta popolazione di consumatori esperti di tecnologia che sono relativamente più disposti a provare prodotti e servizi rispetto ai loro coetanei occidentali.

Con le aziende statunitensi sempre più alla ricerca della Cina per l'ispirazione – il bike sharing senza stalli è solo un'idea che ha attraversato il Pacifico dalla scena tecnologica di Guangzhou fino alle startup della Silicon Valley – le aziende cinesi stanno iniziando a difendere le loro proprietà intellettuali con la stessa energia dei loro rivali Occidentali, in casa e all'estero. Il quadro giuridico sta migliorando, anche se il lavoro deve ancora essere fatto.

«Negli ultimi anni lo stato cinese ha prodotto un gran numero di riforme lodevoli nel tentativo di rendere il suo regime di proprietà privata più favorevole alla ricerca e allo sviluppo e all'innovazione tecnologica sia per le società straniere che per quelle nazionali. Ciononostante, il regime cinese sulla proprietà privata potrebbe trarre beneficio da ulteriori riforme», afferma Prud'homme, sottolineando la necessità di estendere la tutela della proprietà privata dell'infrastruttura di amministrazione e rafforzare i deterrenti contro la violazione della proprietà intellettuale, tra le altre misure.

Polvere da sparo, carta, movable type, bussola, orologio meccanico, alcool, seta, tè, porcellana, spazzolini da denti: la Cina ha una lunga storia di invenzioni copiate da altre nazioni. Mentre riscopre il suo talento per le innovazioni che cambiano il mondo, le discussioni sulla protezione della tecnologia potrebbero presto diventare una strada a doppio senso.

* Aviva è una compagnia assicuirativa globale, fra leprincipali al mondo, creata oltre 300 anni fa in Inghilterra


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