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Politica Economica

Trasferimenti tecnologici forzati in Cina, una fake news

Un advisor con trent'anni di lavoro in Cina e un track record di centinaia di imprese aiutate a sbarcare in quel mercato, tra cui molti casi di successo, contesta, sulla base della sua esperienza, il fatto che le aziende che entrano in quel mercato siano obbligare o forzate a cedere tecnologia ai loro partner cinesi


24/05/2019 15:37

di Saro Capozzoli*

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Saro Capozzoli, ceo di Jesa Investment

Il 22 gennaio 2018, con le prime introduzioni di dazi sui pannelli solari cinesi, la Cina e gli Stati Uniti hanno posto le fondamenta per una guerra commerciale. Questo ha creato un clima di tensione e di caccia alle streghe che ha portato anche in Europa la diffusione di numerose voci che accusano la Cina di forzare le imprese a trasferire le proprie tecnologie nei loro insediamenti cinesi.

Un recente sondaggio della Camera di Commercio Europea in Cina basato su un campione di sole 585 aziende intervistate sulle decine di migliaia presenti nel paese, 117 imprese, il 20% degli intervistati, hanno dichiarato di sentirsi obbligate a trasferire parte della loro tecnologia ai partner commerciali cinesi.

Non sono rari, infatti, i casi in cui quando si crea una Joint-Venture (JV), la società estera che investe considera conveniente valoprizzare la propria tecnologia come assets da conferire nel capitale della nuova società.  Il che non è affatto vero che si tratti di forzatura, ma di vantaggio reciproco tra le parti in causa. 

Quindi la questione del trasferimento tecnologico forzato non è solo una mal interpretazione da un punto di vista semantico, non essendo le aziende europee obbligate con la forza a trasferire le proprie conoscenze tecnologiche, ma è, soprattutto, infondata.

Personalmente negli ultimi 20 anni ho seguito oltre 700 aziende europee, e non mi è mai capitato di ricevere richieste del genere da parte delle autorità cinesi, a parte in alcuni casi in cui la valorizzazione di un certo contenuto tecnologico potesse essere monetizzato per ottenere più quote societarie o vantaggi di altro tipo per l’azienda straniera. Ma questo era su base volontaria e non sempre è stato possibile farlo.

È quindi importante sottolineare che il trasferimento tecnologico avviene su base volontaria in quanto coloro che decidono di trasferire soprattutto impianti sono spinti dalle possibili opportunità e vantaggi derivanti dall'essere presenti nel più grande mercato del mondo.

Tra l'altro la nuova legge sugli investimenti esteri in vigore a partire dal 1° gennaio 2020 parla chiaro: la proprietà intellettuale degli investitori esteri e delle imprese a capitale straniero sarà tutelata, proibendo agli organi amministrativi di forzare o richiedere alcun trasferimento tecnologico.

La precisazione si è resa necessaria perché si sono effettivamente verificati casi in cui le autorità locali si sono spese nell'offrire concessioni particolari (sul valore di terreni, facilitazioni fiscali, di accesso ai servizi pubblici) in cambio di trasferire delle tecnologie nel loro territorio.

Oltre a ciò, il 18 marzo 2019 sono state emanate le modifiche ai regolamenti per l’attuazione di Joint-Venture e alla relativa gestione di know-how tecnologico e proprietà intellettuale, eliminando le restrizioni che conferivano il diritto ai cessionari di utilizzare la tecnologia trasferita in modo continuativo o la permissione di ottenere tecnologia analoga a quella del cedente, di utilizzare la suddetta migliorata o in concorrenza.

La Cina è tuttora uno dei maggiori riceventi di investimenti diretti esteri al mondo, dietro solo a Stati Uniti e Olanda, seguita da Hong Kong. Ha infatti attratto circa US168 miliardi di dollari nel 2017, un aumento del 3% rispetto all'anno precedente, ed ha investito 101.9 miliardi di dollari sui mercati esteri (dati: The World Bank). Secondo il Ministero del commercio cinese nei primi 11 mesi del 2018, gli FDI, foreign direct investment, in Cina mainland sono stati 121,3 miliardi di dollari, e lo stesso Moc ha calcolato che in ragione d'anno, e contando anche HK e Macao, gli Fdi sono aumentati tra il 6 e l'8%, rispetto al 2017, mentre il trend globale deglii Fdi ha subito una brusca inversione di rotta (-19%). Oltre 54 mila nuove imprese estere si sarebbero insediata in cina l'anno scorso, con un crescita del 77%.

 

Nei primi quattro mesi di quest'anno, lo stesso Moc ha calcolato una ulteriore crescita del 3,5% a 45 miliardi di dollari. D'altra parte la forza di attrazione del mercato è nei numeri. In Cina esiste una fascia di consumatori di circa 300 milioni di persone, con un elevato potere d’acquisto, di circa 30 mila dollari l’anno pro-capite, una classe media sempre più esigente che fa della Cina un portale di accesso alla futura diversificazione e alla forte crescita anche delle aziende italiane basate in Europa.

In Cina si generano dividendi che contribuiscono a sviluppare anche le aziende italiane, e le aziende hanno sempre la facoltà di scegliere le modalità d’investimento, tenendo conto delle opportunità presenti sul mercato. È sottointeso che entrando in una JV, in Cina o altrove nel mondo, esiste sempre un certo trasferimento di know-how, ma aziende come la Beretta Salumi, per esempio, grazie alla loro JV in Cina, in 15 anni hanno conquistato il 70% del mercato del salume e dei prodotti insaccati in Cina e con prodotti di alta qualità, sia prodotti in Italia che in Cina, con tecnologie Italiane.

Per non parlare del caso Pirelli. Sposarsi con un player locale, in questo caso, ha portato ad un più agevole accesso al mercato fruttando il know-how del partner cinese, la catena distributiva e di accesso al mercato. Ci sono anche tantissime aziende che hanno scelto di fare da soli, e allo stesso modo si sono sviluppate con altre logiche e modalità, ma senza alcuna coercizione da parte delle autorità cinesi.

Entrare e aver a che fare con la Cina richiede di mettere a fuoco, come primo passo, la migliore strategia. La presenza in loco è sempre fondamentale per poter accedere meglio al mercato, in particolar ai bandi di gara locali governativi, ma questo accade anche negli USA dove senza una seppur minima reale presenza non si possono accedere a certe commesse perché è richiesto l’intervento entro le 24 ore in caso di necessità o di interventi in loco.

Lo stesso accade in Cina: se ci sei esisti, altrimenti puoi provare a lavorarci, ma è più complesso.

* Saro Capozzoli è fondatore e ceo di Jesa CEO di Jesa Capital, boutique di strategia specializzata sul mercato cinese, corporate finance e M&A, basata a Shanghai da 20 anni. Capozzoli lavora in Cina da 30 anni


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