La Cina applicherà dazi del 34% su tutte le merci importate dagli Stati Uniti a partire dal 10 aprile, in risposta ai dazi del 34% annunciati ieri dall'amministrazione Trump.
«La Cina esorta gli Stati Uniti ad annullare immediatamente le sue misure tariffarie unilaterali e a risolvere le divergenze commerciali attraverso la consultazione in modo equo, rispettoso e reciprocamente vantaggioso», ha dichiarato il ministero delle finanze.
Il ministero ha inoltre criticato la decisione di Washington di imporre alla Cina il 34% di dazi reciproci aggiuntivi, portando il totale delle tariffe sui beni provenienti dal Paese al 54%, in quanto "incoerente con le regole del commercio internazionale". La decisione, secondo Pechino, compromette gli interessi cinesi, oltre a mettere in pericolo "lo sviluppo economico globale e la stabilità della produzione e della catena di approvvigionamento".
In quest'ottica, riporta Xinhua, la Cina ha presentato una denuncia presso l'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) per gli ingenti dazi statunitensi.
Intanto si incominciano a fare i conti sulle possibile ricadute economiche di questa guerra, ormai aperta. I nuovi dazi non si concentreranno esclusivamente sulla Cina, ma colpiranno duramente le importazioni asiatiche in generale. Le nuove tariffe, notevolmente più alte rispetto ai livelli attuali, includono un'aliquota del 34% per la Cina (54% includendo i dazi già imposti), 24% per il Giappone, 26% per l'India, 46% per il Vietnam, 36% per la Thailandia, 32% per Taiwan e 25% per la Corea del Sud. Al di fuori dell'Asia, il 20% per l'Unione Europea e il 31% per la Svizzera. Canada e Messico, già sottoposti a tariffe del 25%, non subiranno per ora ulteriori ripercussioni.
«Questo annuncio conferma la radicale strategia dell'amministrazione Trump sulla politica commerciale e economica degli Stati Uniti, che prende le distanze da decenni di libero scambio per adottare un approccio più mercantilista. Se da un lato l'attuazione delle tariffe unilaterali annunciate riorganizzerà senza dubbio il commercio globale, dall'altro la loro legalità sarà probabilmente contestata nei tribunali statunitensi. Con l'aumento dei costi economici, potrebbero crescere anche le pressioni politiche per allentare i dazi. L'impatto sull'inflazione statunitense, per non parlare di quello sul sentiment delle imprese e dei consumatori, dovrebbe portare a un rallentamento economico nel breve termine», affermano gli analisti di Ubs Asset Management.
Ciononostante, esiste la possibilità di ridurre i livelli dei dazi attraverso i negoziati, come richiesto esplicitamente dal Presidente Trump. Molti partner commerciali stanno già pensando al modo di ridurre le tariffe o le barriere commerciali e aumentare gli investimenti negli Stati Uniti. Tuttavia, il processo richiederà tempo e non prevediamo una rapida inversione della situazione attuale. Nel caso in cui i Paesi decidano di reagire con ulteriori dazi, le esportazioni statunitensi saranno direttamente colpite e l'incertezza del mercato potrebbe raggiungere livelli senza precedenti.
Per la Cina i negoziati potrebbero essere più complessi, poiché gli Stati Uniti sostengono che sia il gigante asiatico a imporre dazi pari al 67% sui prodotti statunitensi attraverso una combinazione di tariffe, barriere commerciali non tariffarie, controllo valutario e sussidi all'esportazione. Secondo gli analisti, "non è chiaro come si potrebbe raggiungere un eventuale compromesso".
«In definitiva, i nuovi dazi statunitensi costituiranno un forte freno alla ripresa cinese, rendendo quasi impossibile il raggiungimento delle aspettative di crescita fissate per l'anno in corso. È probabile che la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si protragga nel prossimo futuro, dato che la rivalità tra i due paesi continua. L'aspetto positivo, a nostro avviso, è che le aziende cinesi sono ora più competitive e meglio preparate ad affrontare tali shock», concludono gli esperti. (riproduzione riservata)